La Última Cena 1955
Mary Raphael 18..-1902
Britomart and Amoret 1898
"Princess Britomart, disguised as a knight, fulfilling a vow to her absent lover, rescues the Lady Amoret from durance vile by slaying the monster Busyran." - Spenser's "Faërie Queene," book IV, canto I.
Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
Il ritorno di Tibullo da Delia 1868
I versi riportati sotto il dipinto derivano da una delle elegie di Tibullo, dove, in partenza per la guerra, lui dice di sperare di trovarla in attesa del suo ritorno.
L’immagine mostra l’attuazione di questa speranza. La scena ha luogo in una delle camere da letto attigue all’atrium della casa di Delia. Lei è seduta sul suo giaciglio che ha consacrato a Diana durante l’assenza del suo amato, come mostrano il ramo e la tavoletta votiva sopra la sua testa. Ha ammucchiato tutti i cuscini ai piedi del giaciglio e sta languidamente riposando, dopo avere filato; tiene ancora in mano un fusello, mentre con l’altra porta svogliatamente una ciocca di capelli alle labbra. La lampada è accesa, segnando la fine di uno dei lunghi giorni di attesa, e, prima di addormentarsi, Delia rimane in ascolto del canto dell’anziana donna che suona contemporaneamente su due arpe, come si vede fare qualche volta nell’arte romana. Tibullo è appena arrivato e sta passando con impazienza, ma facendo attenzione, al disopra del ragazzo di colore che dorme sul ciglio della porta a cui fa la guardia.
Tibullo è accompagnato da una negra che lo trattiene mentre entra, in modo che egli possa osservare Delia un momento prima che lei percepisca la sua presenza. Uno specchio di metallo riflette la luce della lampada posta sul lato opposto della stanza, e sui due lati della porta sono dipinte le figure di Amore e Notte.
(William Michael Rossetti, The Complete Works of Dante Gabriel Rossetti, 1911, pp. 605-606)
Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
Cassandra
La vicenda precede di poco l’ultima battaglia di Ettore.
Cassandra ha cercato invano di avvertirlo con le sue profezie, e adesso sta addossandosi ad un pilastro e strappandosi i vestiti per la disperazione, perché sa che non riuscirà a trattenere Ettore ancora a lungo.
Lui sta precipitandosi giù dalle scale e sta cercando di farsi sentire attraverso i rumori, mentre dà un ordine ad un ufficiale responsabile dei soldati, i quali nel frattempo attraversano i bastioni e si dirigono verso il campo di battaglia. Uno dei suoi capitani fa cenno ad Ettore di affrettarsi. Dietro di lui si trova Andromaca con suo figlio e una balia che tiene la culla.
Elena sta tranquillamente armando Paride su un divano; dalla sua espressione si può dedurre che la profezia di Cassandra non deve avere risparmiato nemmeno lei. Paride, divertito, le carezza la schiena per calmarla.
Priamo ed Ecuba sono dietro, quest’ultima si copre le orecchie per non sentire l’orrore. Uno dei fratelli sta implorando Cassandra di interrompere i suoi proclami inquietanti.
Lungo i bastioni sono allineate delle macchine pronte a lanciare pietre agli assedianti...
Cassandra ha cercato invano di avvertirlo con le sue profezie, e adesso sta addossandosi ad un pilastro e strappandosi i vestiti per la disperazione, perché sa che non riuscirà a trattenere Ettore ancora a lungo.
Lui sta precipitandosi giù dalle scale e sta cercando di farsi sentire attraverso i rumori, mentre dà un ordine ad un ufficiale responsabile dei soldati, i quali nel frattempo attraversano i bastioni e si dirigono verso il campo di battaglia. Uno dei suoi capitani fa cenno ad Ettore di affrettarsi. Dietro di lui si trova Andromaca con suo figlio e una balia che tiene la culla.
Elena sta tranquillamente armando Paride su un divano; dalla sua espressione si può dedurre che la profezia di Cassandra non deve avere risparmiato nemmeno lei. Paride, divertito, le carezza la schiena per calmarla.
Priamo ed Ecuba sono dietro, quest’ultima si copre le orecchie per non sentire l’orrore. Uno dei fratelli sta implorando Cassandra di interrompere i suoi proclami inquietanti.
Lungo i bastioni sono allineate delle macchine pronte a lanciare pietre agli assedianti...
Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
Cassandra
I
REND, rend thine hair, Cassandra: he will go.
Yea, rend thy garments, wring thine hands, and cry
From Troy still towered to the unreddened sky.
See, all but she that bore thee mock thy woe:—
He most whom that fair woman arms, with show
Of wrath on her bent brows; for in this place
This hour thou bad'st all men in Helen's face
The ravished ravishing prize of Death to know.
What eyes, what ears hath sweet Andromache,
Save for her Hector's form and step; as tear
On tear make salt the warm last kiss he gave?
He goes. Cassandra's words beat heavily
Like crows above his crest, and at his ear
Ring hollow in the shield that shall not save.
II
“O HECTOR, gone, gone, gone! O Hector, thee
Two chariots wait, in Troy long bless'd and curs'd;
And Grecian spear and Phrygian sand athirst
Crave from thy veins the blood of victory.
Lo! long upon our hearth the brand had we,
Lit for the roof-tree's ruin: and to-day
The ground-stone quits the wall,—the wind hath way,—
And higher and higher the wings of fire are free.
“O Paris, Paris! O thou burning brand,
Thou beacon of the sea whence Venus rose,
Lighting thy race to shipwreck! Even that hand
Wherewith she took thine apple let her close
Within thy curls at last, and while Troy glows
Lift thee her trophy to the sea and land.”
REND, rend thine hair, Cassandra: he will go.
Yea, rend thy garments, wring thine hands, and cry
From Troy still towered to the unreddened sky.
See, all but she that bore thee mock thy woe:—
He most whom that fair woman arms, with show
Of wrath on her bent brows; for in this place
This hour thou bad'st all men in Helen's face
The ravished ravishing prize of Death to know.
What eyes, what ears hath sweet Andromache,
Save for her Hector's form and step; as tear
On tear make salt the warm last kiss he gave?
He goes. Cassandra's words beat heavily
Like crows above his crest, and at his ear
Ring hollow in the shield that shall not save.
II
“O HECTOR, gone, gone, gone! O Hector, thee
Two chariots wait, in Troy long bless'd and curs'd;
And Grecian spear and Phrygian sand athirst
Crave from thy veins the blood of victory.
Lo! long upon our hearth the brand had we,
Lit for the roof-tree's ruin: and to-day
The ground-stone quits the wall,—the wind hath way,—
And higher and higher the wings of fire are free.
“O Paris, Paris! O thou burning brand,
Thou beacon of the sea whence Venus rose,
Lighting thy race to shipwreck! Even that hand
Wherewith she took thine apple let her close
Within thy curls at last, and while Troy glows
Lift thee her trophy to the sea and land.”
Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
Proserpina 1877
Proserpina 1881-82
"Afar away the light that brings cold cheer
Unto this wall, one instant and no more
Admitted at my distant palace-door.
Afar the flowers of Enna from this drear
Dire fruit, which, tasted once, must thrall me here.
Afar those skies from this Tartarean grey
That chills me: and afar, how far away,
The nights that shall be from the days that were.
Afar from mine own self I seem, and wing
Strange ways in thought, and listen for a sign;
And still some heart unto some soul doth pine,
(Whose sounds mine inner sense is faith to bring,
Continually together murmuring,)-
"Woe's me for thee, unhappy Proserpine!"
Unto this wall, one instant and no more
Admitted at my distant palace-door.
Afar the flowers of Enna from this drear
Dire fruit, which, tasted once, must thrall me here.
Afar those skies from this Tartarean grey
That chills me: and afar, how far away,
The nights that shall be from the days that were.
Afar from mine own self I seem, and wing
Strange ways in thought, and listen for a sign;
And still some heart unto some soul doth pine,
(Whose sounds mine inner sense is faith to bring,
Continually together murmuring,)-
"Woe's me for thee, unhappy Proserpine!"
Lungi è la luce che in sù questo muro
Rifrange appena, un breve istante scorta
Del rio palazzo alla soprana porta.
Lungi quei fiori d'Enna, O lido oscuro,
Dal frutto tuo fatal che ormai m'è duro.
Lungi quel ciel dal tartareo manto
Che quì mi cuopre: e lungi ahi lungi ahi quanto
Le notti che saràn dai dì che furo.
Lungi da me mi sento; e ognor sognando,
Cerco e ricerco, e resto ascoltatrice;
E qualche cuore a qualche anima dice,
(Di cui mi giunge il suono da quando in quando,
Continuamente insieme sospirando,)-
"Oimè per te, Proserpina infelice!"
Rifrange appena, un breve istante scorta
Del rio palazzo alla soprana porta.
Lungi quei fiori d'Enna, O lido oscuro,
Dal frutto tuo fatal che ormai m'è duro.
Lungi quel ciel dal tartareo manto
Che quì mi cuopre: e lungi ahi lungi ahi quanto
Le notti che saràn dai dì che furo.
Lungi da me mi sento; e ognor sognando,
Cerco e ricerco, e resto ascoltatrice;
E qualche cuore a qualche anima dice,
(Di cui mi giunge il suono da quando in quando,
Continuamente insieme sospirando,)-
"Oimè per te, Proserpina infelice!"
Alexandre Cabanel 1823-89
Morte di Paolo e Francesca 1870
«Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
(Dante Alighieri - Inferno, canto V)
«Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
(Dante Alighieri - Inferno, canto V)
Charles August Mengin 1853-1933
Sappho1877
Eros mi ha squassato la mente
come il vento del monte si scaglia sulle querce
(Saffo fr. 47)
Eros mi ha squassato la mente
come il vento del monte si scaglia sulle querce
(Saffo fr. 47)
Elihu Vedder 1836-1923
La coppa della Morte 1885
So when that Angel of the darker Drink
At last shall find you by the river-brink,
And, offering his Cup, invite your Soul
Forth to your Lips to quaff-you shall not shrink.
Così quando quell'Angelo dell'atra pozione
ti troverà infine sulla riva del fiume
e, offrendo la sua Coppa, inviterà la tua Anima
a bere senza limiti - tu accetterai.
Omar Kayyam - Rubaiyat, quartina 43 (versione postuma 1889 di Edward FitzGerald)
da "Illustration for Rubáiyát of Omar Khayyám" 1883-84
Dante Gabriel Rossetti 1828-1882
Beata Beatrix 1864-70 Beata Beatrix 1877-82
"Un importante, bellissimo dipinto di una figura femminile che è il capolavoro dell'opera geniale, il ritratto della moglie del Rossetti sul punto di morire".
Vittorio Sgarbi
Nella versione 1864-70 Beatrice-Elizabeth è seduta in un atteggiamento di estasi con la bocca socchiusa che lascia intravedere il candore dei denti avendo sullo sfondo Firenze deserta nella quale, in una luce tenue e dorata, si stagliano il Ponte Vecchio ed il Duomo.
In secondo piano sulla sinistra vi è una figura aureolata, Amore "nelle cui mani - scrisse Rossetti - la vita che sta sfuggendo trema come una fiamma" - e sulla destra vi è Dante che guarda, a sua volta, verso Amore, mentre la meridiana la cui ombra cade sul nove, "numero che Dante - scrisse ancora Rossetti - collega misticamente in vari modi a lei e alla sua morte" simboleggia il trascorrere del tempo.
La colomba è di colore rosso, con duplice ambigua allusione sia allo Spirito Santo (ha il capo cinto da un'aureola) che all'Amore.
Essa reca nel becco un fiore di papavero - fiore della passione ma anche fiore da cui deriva il veleno che dà la morte - che deposita dolcemente nelle mani di Beatrice-Elizabeth a ricordarci che Elizabeth Siddal morì in seguito all'ingestione di una forte dose di laudano.
La colomba è di colore rosso, con duplice ambigua allusione sia allo Spirito Santo (ha il capo cinto da un'aureola) che all'Amore.
Essa reca nel becco un fiore di papavero - fiore della passione ma anche fiore da cui deriva il veleno che dà la morte - che deposita dolcemente nelle mani di Beatrice-Elizabeth a ricordarci che Elizabeth Siddal morì in seguito all'ingestione di una forte dose di laudano.
Nella versione 1877-82 i colori sono diventati tenui, lattescenti e sembrano quasi estranei al mondo materiale, Amore non è più riconoscibile nella figura a sinistra, peraltro non più fornita di aureola, accanto alla quale compare adesso una croce quasi a sottolineare il passaggio, in questa seconda versione, da una visione estetica non scevra di elementi paganeggianti ad una spiritualità cristiana. Questa impressione è ulteriormente avvalorata dal fatto che la colomba, pur non avendo più l'aureola, è diventata bianca - mentre il papavero è qui di colore rosso - quasi che il fuoco rosso dell'Amore abbia ceduto il passo alla candida purezza dello Spirito.
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Venite a 'ntender li sospiri miei,
oi cor gentili, chè pietà 'l disia:
li quai disconsolati vanno via,
e s'e' non fosser, di dolor morrei;però che gli occhi mi sarebber rei,
molte fiate più ch'io non vorria,
lasso! di pianger sì la donna mia,
che sfogasser lo cor, piangendo lei.
Voi udirete lor chiamar sovente
la mia donna gentil, che si n'è gita
al secol degno de la sua vertute;
e dispregiar talora questa vita
in persona de l'anima dolente
abbandonata de la sua salute.
oi cor gentili, chè pietà 'l disia:
li quai disconsolati vanno via,
e s'e' non fosser, di dolor morrei;però che gli occhi mi sarebber rei,
molte fiate più ch'io non vorria,
lasso! di pianger sì la donna mia,
che sfogasser lo cor, piangendo lei.
Voi udirete lor chiamar sovente
la mia donna gentil, che si n'è gita
al secol degno de la sua vertute;
e dispregiar talora questa vita
in persona de l'anima dolente
abbandonata de la sua salute.
Dante Alighieri - Vita Nova XXXIII
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